Cib Unicobas

sito della confederazione italiana di base CIB Unicobas, sindacato di base, libertario ed autogestionario

Fondi pensione e riarmo: ogni euro investito in armi è un euro che finanzia sofferenze e morte.

Le guerre sono sempre fonte di sofferenze e lutti per coloro che sono costretti a combatterle, mentre rappresentano occasioni di arricchimento e guadagni sfacciati per chi sa sfruttare le opportunità di profitto che nascono dalle macerie, materiali e psicologiche, che inevitabilmente qualsiasi conflitto lascia dietro di sé.

Anche la nostra epoca, così disgraziata e caotica, segnata dalla guerra in Ucraina e dal conflitto asimmetrico tra Israele e la popolazione palestinese, ha dapprima reso particolarmente redditizi gli investimenti nelle aziende di estrazione dei combustibili fossili, in particolare nelle compagnie petrolifere. Ultimamente, poi, con la farneticante proposta della Commissione Europea per il ReArm Europe, lanciata per sostenere l’aumento della spesa militare e la produzione di armi in nome di una “Europa forte e unita”, la performance dei titoli azionari delle imprese di armi è in costante ascesa: in un anno, ad esempio, le azioni dell’italiana Leonardo sono cresciute di oltre il 100%, quelle della tedesca Rheinmetall addirittura del 203%, mentre la francese Thales ha realizzato “solo” un +65%.

Di fronte a questa situazione, come si stanno comportando i numerosi fondi di investimento, dentro i quali si trovano i risparmi previdenziali di tanti lavoratori e lavoratrici? Secondo statuto, per garantire lauti guadagni ai loro clienti, i fondi investono dove i rendimenti finanziari sono maggiori e, come abbiamo appena detto, le imprese di armi oggi rappresentano, purtroppo, un mercato sicuro… Così, il più grande fondo pensione europeo, Stichting Pensioenfonds ABP, che raccoglie i contributi degli insegnanti olandesi, sta effettuando corposi investimenti nell’industria delle armi ed è in procinto di aumentarli ulteriormente a supporto del piano UE. Il fondo danese Pfa Pension, che gestisce circa 120 miliardi di euro, sta rimuovendo il divieto di investire in gruppi che producono componenti per le armi nucleari. Un altro fondo danese, l’AkademikerPension, con 20 miliardi gestiti, ha avviato le procedure per accrescere l’esposizione sui produttori di armi, persino verso quelli che costruiscono i cosiddetti ordigni controversi (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche, fosforo bianco, armi laser accecanti e uranio impoverito).

In Italia, come al solito, la situazione è più opaca. Di certo c’è il fatto che i fondi pensione italiani – compresi quelli di categoria, nati per volere dei sindacati concertativi e che, secondo loro, dovrebbero tutelare i lavoratori – investono all’estero oltre 80 miliardi, in cerca di quei guadagni che il sistema borsistico e azionario del nostro Paese non riesce a garantire. Inoltre, secondo i dati riportati da “Il Fatto Quotidiano” in una recente inchiesta, nel 2024 gli investimenti nel settore della difesa sono aumentati del 23% rispetto all’anno precedente. Su quali settori avvengano gli investimenti, non è, però, dato di sapere con certezza: regna infatti l’ipocrita distinzione tra chi produce armi convenzionali (investimenti consentiti per legge) e quelle “controverse” (al momento escluse), tra le armi di nuova generazione e le tecnologie duali, utilizzabili in campo militare ma anche nel civile; insomma, tante distinzioni costruite ad arte per giustificare in ogni caso investimenti nelle imprese belliche.

Alla fine dei giochi, però, la conclusione è una sola: i nostri soldi, quelli che dovrebbero garantirci una pensione dignitosa, stanno alimentando l’industria della morte. Mentre i governi parlano di sicurezza e stabilità, i fondi pensione italiani – compresi i fondi chiusi, fortemente voluti e cogestiti dai sindacati confederali – stanno riversando miliardi di euro in aziende che producono armi: bombe, missili, droni killer; tutto finanziato, almeno in parte, con i nostri risparmi.

Il denaro sottratto ai lavoratori – con le bugie sulla tenuta del sistema pensionistico pubblico, orchestrate dai governi neoliberisti che si sono succeduti in questi ultimi trent’anni, rilanciate dagli organi di stampa compiacenti, accettate in maniera acritica dalle organizzazioni sindacali concertative, col truffaldino meccanismo del silenzio assenso con il quale si forza l’adesione ed il conferimento del TFR ai Fondi Pensione – risulta necessario per sostenere il terribile circolo vizioso che è uno dei pilastri su cui si basa l’attuale società dello sfruttamento e della disuguaglianza: più guerre, più armi vendute, più profitti per gli azionisti. Chi ne fa le spese sono, invece, i lavoratori, destinati ad una pensione miserevole, a vedere azzerati i servizi pubblici (istruzione, sanità, trasporti, energie pulite) ed a sostenere, per di più a loro insaputa, l’industria degli armamenti.

Allora appare ancora più giusta e necessaria la lotta dell’Unicobas e del sindacalismo di base, conflittuale contro l’adesione ed il conferimento del TFR ai Fondi Pensione. È ora che i lavoratori prendano consapevolezza di quali giochi sporchi vengono realizzati sulla loro pelle, che la soluzione non risiede nella previdenza complementare, da sempre esposta alle turbolenze della finanza internazionale e che non potrà mai garantire il recupero totale della quota persa dalle pensioni con l’introduzione del sistema contributivo. Soltanto rifiutandosi di aderire ai Fondi pensione (aperti o chiusi che siano), i lavoratori stessi difenderanno i loro interessi economici, lotteranno per una riforma che difenda e rilanci il sistema pensionistico pubblico, fondato sul principio solidaristico intergenerazionale e non si renderanno complici dei massacri che si effettuano in nome delle guerre che stanno martoriando il nostro povero mondo.

Stefano Lonzar

(Esecutivo Nazionale Unicobas)